Bye bye Andrea

Andrea se ne va. E così il “Party prince” chiude con impegni ufficiali e reali appannaggi. La regina Elisabetta gli ha dato il permesso. E ci credo. L’intervista di circa 50 minuti andata in onda sabato sulla BBC e’ stata davvero la pietra tombale su ciò che rimaneva della sua credibilità e della sua simpatia. Si è parlato poco di due dettagli che mi  hanno colpito. Dettagli relativi al goffo tentativo di spiegare la sua innocenza e che invece hanno svelato un Andrea terribilmente snob e lontano dalla gente e soprattutto dalla gente abusata. Quando la giornalista che lo intervista gli riferisce che Virginia Roberts, la sua accusatrice, ha detto che frequentando la casa di New York di Epstein non ci si poteva non accorgere di quello che stava succedendo, cioè del via vai di minori indotte alla prostituzione,  lui si è giustificato praticamente così: io sono abituato a stare nei palazzi dove c’è tanto staff e con nessuna di queste persone socializzo. Quindi non ho fatto caso alla gente in casa di Epstein. Come a dire non ho fatto caso al suo staff. E quando la cronista gli ha detto che se a Buckingham palace ci fosse stato un via vai di minorenni se ne sarebbe accorto lui ha abbozzato. Suvvia, nei palazzi non si fa caso allo staff. Di qualsiasi età o professione sia. 

E poi la foto incriminata con una giovane Virginia che lui abbraccia nella casa di Belgravia, Londra, dell’amica di Epstein, Ghislaine. La casa dove l’allora 17 enne avrebbe avuto un rapporto sessuale con lui. Il principe Andrea dice di non poter dire se la foto è falsa ma che certo è stata scattata al piano superiore e lui al piano superiore di quella casa , non è mai stato. C’è da chiedersi quindi come l’abbia riconosciuto. E poi, aggiunge, quando si trova a Londra è vestito in modo elegante, in quella foto invece era sportivo. E quindi non era lui? si è trattato di un fotomontaggio? “Certo che ero io”, ammette, “Ma nessuno può affermare con certezza”, conclude  “che la mano che stringe la ragazza fosse mia”. Che dire, con quella manicure così grossolana il dubbio viene. No, scherzo, questo non l’ha detto. Ma forse solo perchè non gli è venuto in mente. E così finisce così l’epopea del principe eroe delle Falklands, spazzato via dallo scaldalo Epstein ma forse soprattutto da se stesso. 

Princesa

Leonor. In questi giorni si parla finalmente della principessa finora soprannominata “invisible“. Perchè finora assolutamente tenuta nell’ombra dalla mamma insieme alla sorellina. Ricordo giusto un solo video che fece minimamente scalpore: quello dello  scambio poco amichevole con nonna Sofia per via di una foto osteggiata da Letizia. Era la Pasqua del 2018 e la nonna in posa con le nipoti all’uscita della Cattedrale veniva “boicottata” dalla regina che trovava ogni scusa per mettersi di mezzo, evidentemente non gradendo lo scatto.

Ora la piccola Leonor, che il giorno di Halloween ha compiuto 14 anni, è per forza uscita allo scoperto. Una futura regina non può nascondersi a lungo. E quindi eccomi pronta a rivelare un’immagine privata, precoce e inedita della ragazzina. Già perchè ad osservarla eravamo in poche decine di giornalisti, convocati per un inatteso e quanto mai blindato incontro con gli allora principi Felipe e Letizia. Correva l’anno 2005. L’occasione era un evento di moda milanese patrocinato da una famosissima azienda di calzature spagnole che per l’occorrenza aveva sfoderato ospiti più che vip, reali. Naturalmente la raccomandazione era quella di osservarli, riprenderli e basta. Felipe, altissimo e bellissimo. Non solo, pure gentile e galante, pronto a passare bicchieri e piattini per l’aperitivo (quando si dice “Un uomo che ti fa sentire una regina”). E poi lei, Letizia, minuscola al suo fianco. Erano entrati nel salone in religioso silenzio, noi tutti schierati in fila. Davanti a noi avevano sfilato come per passare in rassegna le truppe, solenni e sorridenti. Poi, all’improvviso, ecco spuntare dalla giacca di taglio elegante e rigoroso di Letizia, lasciata aperta da un laccio con un fiocco, un mini pancione di 7 mesi. E noi giornalisti, che nemmeno il temibile cerbero travestito da ufficio stampa avrebbe trattenuto dalla furia di sfoderarle un microfono sotto il mento appuntito, ci siamo tutti ritrovati improvvisamente paralizzati e inteneriti dalla scena. Nessuno ha azzardato un passo, una parola per tentare una vietatissima intervista. Ma a tutti quell’immagine della futura regina incinta ha fatto un grande effetto. In particolare a me, che in quel periodo avevo progetti analoghi. Poi il discorso, il brindisi e l’aperitivo con loro. L’unica volta, temo, che io abbia approcciato un principe di sangue reale a una distanza di meno di un metro. Una volta memorabile, con lei silenziosa e quasi pudica di fronte a quella gravidanza più grande di lei, almeno fisicamente e lui, pronto, appunto, a passare piatti e salatini e a sorridere amabilmente. Erano giovani, innamorati e felici di quel pancino che spuntava e che di li a poco, neanche due mesi, sarebbe stato presentato al mondo nelle vesti di Leonor di Borbone, futura regina di Spagna

Ora che il futuro si è realizzato in quella piccola donna dalla testa incredibilmente bionda, la gentilezza del padre negli occhi, dispiace vederla contestata. Davanti la ragazzina sembra avere una lunga strada in salita. Meno pettegolezzi dei Windsor ma sicuramente più scricchiolii nel trono di quella Spagna che oggi non gradisce i suoi sovrani. Noi che l’abbiamo vista in grembo a quella mamma spigolosa eppure addolcita non possiamo che augurare anche a lei, futura regina, God save the queen, qualsiasi cosa oggi possa significare. . 

Sangue blu cercasi

Curiosando tra le regole del protocollo reale mi sono imbattuta in una serie di diktat a dir poco desueti, perfino per quella famiglia su cui si è immaginato di tutto, perfino una provenienza aliena ( per i più fantasiosi i Windsor sarebbero, in effetti, “Rettiliani“). Sono partita dalla questione del “Black dress“. Niente a che fare con la stilosissima “petite robe noire” di cui i francesi e certe griffes italiane sono maestre. Qui si parla di lutto. Del fatto che qualcuno occhieggiando tra i bagagli di Meghan durante la recente trasferta sudafricana avesse individuato un abito nero alimentando nefaste previsioni sul futuro della regina e sulle sue condizioni di salute. Niente di tutto ciò, era stato poi chiarito: i reali sono tenuti a viaggiare con una mise per tutte le occasioni, lutto compreso. E quindi il fatto che Meghan avesse un vestito funereo era soltanto il risultato di una disposizione, è il caso di dire, per ogni “evenienza”. La regina, per tutta la durata del viaggio africano, ha infatti continuato a brindare alle sue giornate londinesi con le consuete, serali coppe di champagne. Quello che però non sapevo e ho scoperto in quest’occasione è veramente, vagamente inquietante. Non solo i reali si muovono con l’abito nero appresso ma la regina si porta dietro pure il suo sangue. E non è un modo di dire per l’amata (?) progenie. Di sangue si parla, in senso strettissimo. In caso di viaggi in paesi in cui non siano assicurate riserve adeguate e adeguatamente verificate, il sangue di sua maestà, proveniente naturalmente da un precedente prelievo fatto alla stessa, viene impacchettato e consegnato nelle mani dei medici che, insieme al bagaglio e l’abito nero, viaggiano di default con lei a guardia delle sue sacche. Come a dire che qui il sangue fa la differenza. Non solo una questione di gruppo ma anche di colore!.  Verrebbe quasi il dubbio che tra abiti neri, medici e sacche di sangue, le dicerie sui rettiliani ma anche sui più comuni vampiri e pure sui vicini highlander abbiano un fondo di verità. Per fortuna ci pensa il principe Carlo a riportare “the royal family” a un livello più terreno. Anche lui avrebbe infatti un imprescindibile bagaglio: un copriwater di pelle bianca ricevuto in dono dalla sorella, la principessa Anna. Come dicevano? Per ogni evenienza. 

Boris, un nome da zar

Fosforescente. Dalla tv non si riesce a capire quanto, ma Boris Johnson di persona è veramente troppo cangiante per essere vero. Ne avevo scritto all’epoca in cui era sindaco di Londra, quando ancora non se intuiva la portata, semmai la stazza e la propensione alla clownerie. Quel matto del primo cittadino di Londra insomma, niente di più. Poi l’ho casualmente incontrato a dicembre del 2017 in montagna. Era diventato ministro degli esteri e spiccava, capelli chiarissimi e fisico imponente nella penombra di un gelido rifugio scavato nella roccia. Lui, i suoi figli ugualmente biondi e quella moglie scura e minuta in procinto di varcare l’exit della famiglia ben prima dell’imminente uscita politica dell’Inghilterra. 

Boris Johnson fotografato da me in un rifugio valdostano nel dicembre 2017

Mi forzai per fermarlo, conscia della mia inopportunità in quella situazione vacanziera e di relax che aveva immediatamente seguito l’ennesima gaffe finita su tutti i giornali in cui Johnson era stato immortalato mentre sclerava con l’impiegato della società che noleggiava auto all’aeroporto di Torino. E con una certa sopresa mi imbattei in una specie di vellutato  seduttore che mi fece sentire assolutamente a mio agio mentre lo assillavo con domande sulle sue doti sciistiche, sulle preferenze per le vacanze o con commenti  sul vino valdostano che aveva davanti. Che se l’avessi fatto con un qualsiasi politico italiano mi avrebbe fatto sentire una sciatta e degradata poveraccia. I figli che si imbarazzavano, la moglie defilata e lui assolutamente tranquillo  mentre mi spiegava come sorprendentemente non fosse ancora caduto dagli sci visto che è un pessimo sciatore. L’estate seguente visitai il college dove ha studiato a Oxford, che oggi si pregia di aver ospitato ben 4 primi ministri, il Balliol. 8 secoli di storia raccontati con illustri ritratti sulle pareti di un refettorio da far impallidire quello di Harry Potter. Era facile immaginarlo sorseggiare un pregiato calice di rosso con le stesse manone albine con cui afferrava il suo rosso di montagna. E prima ancora avevo visto Eton, il suo liceo, diciamo così. Con i ragazzini che passeggiavano per il parco con il tight a stringere il baldanzoso petto in fuori. Tanta roba per quella affabile semplicità familiare incontrata in un rifugio valdostano. Mi sono detta: se ci fa, lo fa benissimo. Oggi  l'”alieno” è approdato a Downing street dopo essere stato il 14 esimo primo ministro accolto dalla regina ( il primo, Churchill). Cravatta azzurra su camica azzurra ha fatto il suo primo esaltato discorso dai prevedibili toni diversi rispetto a Theresa May e ne ha subito spazzato via i ministri. L’uscita, no doubt no deal, prevista entro il 31 ottobre, per Halloween, insomma, dolcetto, scherzetto o vero incubo?  Lo vedremo. Vedremo come se la caverà quel gigante dai modi impeccabili che ho incrociato su una pista da sci, lo stesso che ho visto ciondolare appeso a una teleferica a Londra infischiandonese se il mondo lo derideva e che oggi il Regno Unito aspetta risolva uno dei momenti più difficili della sua storia. Perchè accanto ai prestigiosi college, nei pub, per strada, nei negozi quell’estate ho sentito anche la paura, lo choc, il disorientamento. E come in quella mattina di neve mi viene ancora da augurargli: Happy Brexit, mr Johnson, e soprattutto…mind the step!. 

Diana dietro la maschera

In questi giorni si celebra il compleanno della principessa Diana: 58 anni il primo luglio se lo schianto nel tunnel dell’Alma non le avesse strappato la vita ben prima. Tra tanti, volevo ricordarla anch’io ma in una veste diversa dalla povera principessa tradita, la ragazza ferita dalla corte, la donna che imbarazza la corona. Perchè Diana, racconta proprio in questi giorni il Daily Mail, era anche un “peperino” . Amava fare battute e soprattutto scherzi ai danni di potenti e nobili “paludati”. Così scopriamo che la sua vittima preferita era la principessa Michael del Kent.

Principessa Michael del Kent, vittima preferita degli scherzi di Diana

Ligia al protocollo e allo stile reale, veniva puntualmente presa in giro. Una volta, mentre usciva in pompa magna con un gruppo di ospiti, venne richiamata da Diana urlando e sbracciandosi in tuta da ginnastica. Un’altra, fu sbeffeggiata da lei e dalla sua cartomante Simone Simmons con la faccia verde di maschera all’avocado. Le maschere le piacevano, evidentemente. Poco prima di morire attirò il capo della croce rossa nella sua camera, mentre era in visita a Washington, con il pretesto di un invito per il té con la moglie dell’ambasciatore. Il pover’uomo si ritrovò rosso come un peperone davanti a due donne in vestaglia e maschera bianca sulla faccia che ridevano come pazze chiedendogli di fare due chiacchiere “da ragazze”.

Diana che chiede al personal trainer di spostarsi sul materassino perchè in quel momento si stanno esercitando Hugh GrantSimon Le bon e lei vuole fare stretching con loro. Diana che si mette d’accordo con Fergie per prendersi a spintoni davanti ai fotografi che le ritraggono sulla neve accanto ai mariti estrerrefatti. Una Diana inedita forse e proprio per questo ancora più compianta

Lunga vita alla regina

Il “Birthday Party” per la Regina a Villa Necchi Campiglio, Milano

Il discorso dell’ambasciatore britannico in Italia Jill Morris e del console britannico a Milano Tim Flear

Quando si dice un genetliaco “regale”. La regina Elisabetta celebra, nell’ordine, il compleanno naturale, il 21 aprile,  il compleanno ufficiale, il “Trooping the Colour”, un variabile giorno di giugno, mese metereologicamente propizio alle parate e ai voli acrobatici e pure molti altri compleanni in varie parti del mondo. Occasioni meno note delle altre ma in cui si brinda a lungo. Solo in Italia, quest’anno, si festeggia 5 volte: a Palermo, Napoli, Roma ( solo qui 2000 persone), Milano e Firenze. 5 party  organizzati dal corpo diplomatico e in particolare dall’ambasciata, guidata da una spumeggiante Jill Morris. In questi tempi difficili più che per l’indentità, per il posizionamento politico e economico, Elisabetta seconda rimane davvero un caposaldo, per sudditi e non. In queste serate  non c’è infatti nulla di lezioso o antiquato, quel british style facilmente identificato con scones e cappellini. Anzi.

A Milano la festa è stata a Villa Necchi Campiglio: design, eleganza decontractée e brindisi of course. Dal Pimm’s, aperitivo tipicamente inglese, all’italianissimo e tremendamente alla moda oltre manica, prosecco. Molte promesse, nel discorso dell’ambasciatrice, su collaborazione e futuri progetti e anche un pò di emozione, negli occhi del console uscente, Tim Flear.

Le torte di compleanno in onore della regina

E soprattutto tanta simpatia da parte dei milanesi, come me, chiamati ad assistere all’inno inglese cercando di essere almeno un pò solenni. Bello, devo dire, in piena via Mozart,  brindare alla real vecchietta. Tra i capricci di Meghan, le gaffes di Trump e le urla di Boris Johnson, rimane il simbolo di una certa compostezza. Un protocollo in gonnella capace di infischiarsene se qualcuno le allunga una manona cicciotta e Yankee ( ho scoperto di recente, ad esempio, che con un alto prelato del Vaticano ci sono dei rituali da far impallidire tutta Buckingham Palace). E davvero vien quasi da condividere le parole dell’inno. God Save the Queen e tutto quello che rappresenta dentro e fuori dal Regno, unito e non. 

 

Carlo ci prova (a fare il re)

Il principe Carlo e il presidente americano Donald Trump al ricevimento all’ambasciata americana a Londra

Forse finalmente ci siamo. Dopo 66 anni di regno materno appena compiuti, re Carlo vede la luce. E purtroppo lo fa nel più beffardo dei modi, trangugiando bistecca e patatine al fianco del detestato Trump. Ma non può esimersi, non più. L’anno scorso il principe di Galles aveva amabilmente schivato la visita “di lavoro” del presidente americano insieme ai suoi figli. Tutti con una buona scusa per non incontrare il paladino di tutto ciò che i Windsor detestano, dal volgare spirito yankee alla questioncella dei cambiamenti climatici che secondo “the Donald” non esisterebbero. Oggi che Carlo è sempre più sovrano “in pectore”, non solo gli è toccato ricevere presidente e first lady mentre scendevano  dall’elicottero nel lovely english garden di Buckingham Palace come un Tom Cruise e una sgallettata qualunque. Ma li ha pure dovuti ospitare per il tè a Clarence house. E, non ultimo, sopportare mentre sbafavano la versione raffinata di bistecca e patatine generosamente innaffiate, dopo il brindisi di prammatica a base di champagne, dalla coca cola durante la cena organizzata all‘ambasciata Usa. Non solo quindi ha fatto gli onori di casa ma pure ha sostituito mammà in quei doverosi doveri a cui finora era riuscito a sottrarsi. Segno che l’eterno principe ereditario si sta preparando a fare il re. Meglio tardi che mai. Si potrebbe dire. Ma qualcuno è pronto a scommettere che forse avrebbe preferito mai. Almeno secondo quando racconta la tenerissima foto della Royal collection che la casa reale ha diffuso per festeggiare l’anniversario dell’incoronazione della regina, il 2 giugno del 1953. Pubblicata sull‘express, di cui sotto il link, si vede un bimbo di 4 anni con l’aria tra l’annoiato e il disperato, stretto tra la nonna eroina e la zia decadente.

 https://www.express.co.uk/news/royal/1136381/royal-news-prince-charles-queen-elizabeth-II-coronation-pictures

Laggiù la mamma diventava regina, e si perdeva per sempre sotto il peso  della corona. Da allora il piccolo Carlo è stato addestrato per una vita da principe ereditario, la vita più lunga della storia. Invano ha cercato di accorciare il tempi creando non poche extrasistole alla madre, tra divorzi, amanti e scandali reali. Da ultimo quel sostegno alla sposa americana dello scapestrato Harry. Segno si di una ragione di stato ma forse anche del cuore a cui il surgelato Carlo sembra ogni tanto cedere. Innegabile che abbia un debole per gli outsider come Meghan e come Harry. Innegabile che quel debole lo tenga per sè, lontano dall’essere un padre e un nonno accudente, foto a parte in cui si fa pizzicare dai piccoli Cambridges. Dal padre ha ereditato l’arte delle gaffes e la rigidità. Ma da qualcun altro una sensibilità poco comune e forse poco apprezzata. Difficile immaginarlo a colloquio con il probabile futuro premier Boris Johnson. Ma se con l’ex allievo di Eton potrebbe almeno condividere i gusti e l’educazione, ancor più difficile deve essere stato stare al gioco con Trump e Melania. Eppure è solo l’inizio. Se il cuore di Elisabetta nonostante tutto ha tenuto, l’età comunque avanza. Oggi, al 75 esimo anniversario del D-Day, la sovrana ha confessato di aver pensato che il 60esimo anniversario dello sbarco sarebbe stato il suo ultimo. Invece “Le generazioni che hanno fatto la guerra” ha detto “sono resistenti” . Ma come per il principe Filippo, anche per lei  si può immaginare una futura, imminente pensione. Di conseguenza per Carlo l’ascesa a quel trono che è stato il miraggio di una vita passata ad aspettare è vicina. Già curvo, lo sguardo ironico che l’età ha dipinto su quegli occhi di bambino annoiato, ora gli tocca di tutto, persino la (rumorosa) digestione a tutto gas di Trump.  

Master Archie Harrison etc. etc.

La foto del piccolo Harrison Degiorgio Lewis insieme al principe Harry ( fonte Daily Mail) 

Bene, è nato. Il popolo britannico, sorvolando su gaffes, scivoloni, scuse e possibili menzogne dell’adorata famiglia reale che ama e mantiene, sembra ora in febbrile attesa del battesimo. Certo, perchè se i ritardi, i misteri e i gustosi retroscena di questa strana nascita iniziata con un invisibile ingresso attraverso un tunnel sotterraneo al “Portland Hospital” e approdata a una manciata di adorabili piedini con sfondo non ti scordar di me, sembrano superati, sono ancora in tanti a cercare di metabolizzare lo strano nome del “Black Prince”. A prescindere dalle tante teorie che lo vogliono scelto per commemorare un amatissimo gatto scomparso, oppure in onore di un lontano antenato di Lady Diana, oppure in virtù del suo significato “coraggioso” che avrebbe sedotto la giovane coppia reale, sappiamo che in barba agli scommettitori che lo davano 150 a uno, qualcuno ha vinto. Una tenera nonnina che ha puntato 120 sterline sull’imprevedibile nome solo e soltanto perchè il nipote, chiamato appunto Archie, è nato lo stesso giorno del figlio di Meghan, accaparrandosi così una vincita di 18 mila sterline e rotti. Tra l’altro Archie non sarebbe poi così inconsueto. Pare che nel 2017 sia stato il 18esimo nome più scelto per i bambini British. Certo non è così per Harrison, il secondo nome, gettonato, al contrario, in America ma quasi ignorato dalla nostra parte dell’oceano. Anche qui c’è una storia, diffusa in questi giorni dal daily mail. Si chiama Harrison infatti un bambino di 8 anni, un piccolo fans reale che Harry avrebbe incontrato due volte, una volta nel 2016 e una nel 2017  in occasione delle cerimonie di commemorazione dei caduti di guerra a Westminster. Il ragazzino è infatti il nipote di un soldato morto in Afghanistan nel 2008. Tra i due sarebbe nata una speciale amicizia dovuta alla particolare sensibilità di Harry verso i combattenti nel paese dove lui stesso ha prestato servizio, ma anche, secondo il ragazzino, perchè entrambi compiono gli anni il 15 settembre. Così al momento di cercare un nome per il suo piccolo, il principe avrebbe pensato al suo giovane amico. Ovviamente così narra la leggenda, o meglio, racconta il bambino, felice di finire sulle pagine dei tabloid. Che poi Meghan e Harry si siano svegliati un mattino e abbiano scelto solo secondo l’umore del momento, o magari un’inaspettata passione per Candy Candy ( Archie era il fidanzatino di Annie) o Indiana Jones, questo non è dato sapere. 

 

Insuperabile “Driving Queen”

Dopo piu’ di 70 anni, Lilibet smette di guidare? Sarà mica per quella questioncella dell’età, la stessa che avrebbe portato l’onorevole consorte a schiantarsi (e pure a uscirne legalmente indenne)? Una precauzione, come scrivono i giornali, dovuta proprio a evitare incidenti simili? Certo che no. Le insistenti voci di un ritiro dalla guida della regina Elisabetta non sarebbero ancora state confermate da Buckingham Palace, anzi, il portavoce si sarebbe proprio rifiutato di rispondere. Stando poi al Telegraph la decisione sembrerebbe ancora molto lontana. Dopotutto la guida, meglio se di una Land rover, un Range rover o una Bentley, beata lei, è una vera passione per la sovrana, unica britannica autorizzata a circolare senza patente e senza aver mai seguito il corso per averla. La ragione, elementare, è che le patenti nel Regno Unito sono rilasciate in nome della stessa Elisabetta II, così come i passaporti ( da cui è ugualmente dispensata) e quindi sarebbe quanto meno ridicolo cercare di ottenere un permesso da chi lo rilascia. Che sappia guidare, poi, è noto visto che a 18 anni per il servizio di ausiliaria durante la seconda guerra mondiale aveva seguito un corso da autista e meccanico . Spesso la regina si avvale di un driver, d’obbligo durante gli eventi ufficiali,  ma è comune vederla circolare amabilmente tra Balmoral e Sandringham (mica posti per tutti, dopotutto) nel totale anonimato (che la lussuosa auto permette) e senza importunare nessuno. Certo, qualche guaio lo ha avuto anche lei.

Nei Cotswolds, quest’estate, mi hanno raccontato che in una certa locanda c’è una stanza a lei intitolata dopo che un guasto improvviso alla macchina ( ce la vediamo, foulard in testa, cofano aperto a lanciare improperi sul motore? ) l’ha obbligata a una sosta notturna imprevista. Fortuna dei locandieri ( la camera naturalmente ha ora un costo diverso) e pure degli abitanti della zona che hanno potuto assistere alla gustosa scenetta. E poi c’è stata la vicenda “Araba”. Era il 1998 e un’arzilla 72enne riceveva nel castello scozzese di Balmoral il re saudita  Abdullah.  Al momento di doversi spostare per la vasta tenuta il monarca era stato fatto accomodare accanto al posto di guida. L’interprete dietro e la regina, a sorpresa, al volante. A quei tempi in Arabia alle donne non era era consentito guidare, ricorda l’allora ambasciatore britannico Sherard Cowper-Coles. Così al fisiologico nervosismo per l’atto sovversivo al povero sovrano saudita si era aggiunta anche un’altrettanto fisiologica fifa nel vedere la regina parlare in continuazione senza, apparentemente, badare alla strada sterrata percorsa a tutta birra dalla sua Range Rover. Inutilmente fu implorata dall’interprete di rallentare. Pare che la spiritosa Elisabetta ci avesse preso gusto. E così, a quasi 93 anni ( li compirà il 21 aprile)  pensarla troppo vecchia per guidare sulle strade pubbliche sfogandosi avanti e indietro sul vialone privato del castello di Windsor è difficile. E allora, ancora una volta, lunga vita alla regina, anzi, per dirla con gli Abba, all’insuperabile, in tutti i sensi, “Driving queen”

 

 

Romanzo russo

Elizaveta Peskova, figlia del portavoce di Putin, Peskov

Il senso dei russi per il segreto. Un dato di fatto che negli anni ha superato muri e disgeli coinvolgendo pure i paesi che in quella cortina di ferro e di fumo erano dalla loro parte del mondo. Una mania che nell’era social sembra davvero fuori luogo eppure. Ecco che su tutti i giornali ci si scandalizza alla scoperta che la bellissima Elizaveta Peskova, figlia di Dmitry Peskov, portavoce di Putin dal 2012 è una stagista al parlamento europeo. 21 anni, un profilo più che moderno con i suoi oltre 84mila followers su Instagram ma al contempo tradizionalmente raccomandata, non disdegna le entrature importanti senza curarsi troppo delle conseguenze. Quando, due anni fa, a 19 anni, fece il suo debutto “in pubblico” a Sebastopoli pare si sia sfacciatamente profusa in una serie di impareggiabili gaffes nella volontà di dare consigli di marketing strategy alla platea. E oggi, in perfetta sintonia con le premesse, si scopre stagista nello staff del deputato francese Chauprade. Inutile che lo stesso si affretti ad assicurare che gli affari russi rimarranno a lei preclusi. C’è da scommettere che la sua attività rimarrà comunque “off limits”  così come passata nell’ombra è stata finora la sua presenza in un luogo tanto strategico.  Ma il proverbiale riserbo slavo non finisce qui.

Maria, primogenita del presidente russo Vladimir Putin (affairpost.com)

Ha fatto parimenti parlare l’incredibile uscita “pubblica” di una delle figlie di Putin ( di quelle conosciute, dovremmo dire, dato il livello di privacy). Trattasi infatti di Ekaterina Tikhonova, protagonista di un’intervista squisitamente scientifica sotto rigoroso cognome di copertura, quello della nonna. La ragione “segreta” dell’outing della neuroscienziata era forse quella di dare al popolo russo la confortante sensazione che ad occuparsi di lui non solo sia il buon padre Vladimir ma la famiglia tutta, opportunamente collocata in settori strategici, da quello scientifico a quello politico e medico. Non dimentichiamo che l’altra pupilla di papà, la primogenita, é Maria Vorontsova , endocrinologa.  Entrambe hanno iniziato come due ragazze quasi normali, frequentando la scuola tedesca di Mosca. Poi, ancora prima che Putin diventasse presidente sono state “Ritirate” a studi privati e cognomi nuovi di zecca. Tutto per ragioni di privacy o securitate come direbbero nella vicina Romania. Nessun dettaglio sul divorzio di Ekaterina da Kirill Shamalov, figlio di un amico intimo di Putin, diventato mega manager di un importante polo petrolchimico e poi degradato insieme al matrimonio fallito per colpa, pare, di un fatale tradimento. Neppure dello stesso divorzio di Putin dalla moglie Lyudmila. Anche lei per lo più scomparsa dalla scena pubblica dopo l’insediamento del marito al Cremlino e liquidata dallo stesso con poche parole sul divorzio e i successivi presunti buoni rapporti. A quanto si sa, Lyudmila, una ex hostess conosciuta ai tempi dell’università, si sarebbe risposata. Putin invece rimane nel mistero, o forse nel segreto di pulcinella. “Amo e sono ricambiato” ha confessato durante una delle annuali sessioni di risposte alle domande degli elettori. La donna in questione è l’ex campionessa olimpica di ginnastica Alina Kabayeva, di trentun anni più giovane. Con la Kabayeva Putin avrebbe avuto due figli, un maschio e una femmina. Ma qui il condizionale è d’obbligo. Che la compagna del presidente sia lei me lo ha invece confermato un anno fa la moglie di un medico russo. Era stato durante una cena tra amici in un rifugio montano proprio nel periodo delle elezioni presidenziali. Io me ne ero uscita bellamente con una serie di domande sul presidente. Le risposte stringate del dottore, meno propenso alle chiacchiere della moglie, pensavo fossero dovute al suo inglese. In realtà, scoprii dopo, che medico lo era si, ma proprio di Putin. E in quanto tale tenuto ancora una volta a una certa privacy. Ricordo solo che tra le ragioni della rielezione che mi spiego’ stavolta in un inglese molto fluent, c’era il fatto che il presidente era amato perchè, secondo lui,  garantiva al popolo la protezione che nessun altro poteva dare. Protezione In senso politico e militare, contro Ucraina, Cecenia e terroristi vari. Il concetto era chiaro. Così, con un sottofondo alla Michele Strogoff ( che non c’entra con il filetto alla Stroganoff) siamo tutti infine scesi in slitta dalla montagna, un pò più infreddoliti del previsto.